«Poyekhali!» dice Gagarin appena dopo il decollo.
«Poyekhali!» rispondiamo noi.

Is there life on Mars? Si chiedeva la ragazza dai capelli grigio-topo nella famosa canzone di David Bowie: si guarda attorno, si deprime e inizia a pensare se ci sia vita oltre i confini della propria città, del proprio Paese, del proprio Mondo.

Noi non siamo estranei a quel sentimento, e di ragazze (e ragazzi) come lei ne conosciamo parecchi: abbiamo visto tanti che si sono sentiti delusi e traditi da una realtà statica che soffoca le speranze e annebbia il futuro, da un territorio che sembra incapace di uscire da un buco nero creato dalla scomparsa della Fabbrica.

Ma invece di soffermarci troppo sui mondi al di fuori di questo, abbiamo fatto come Jurij Alekseevič Gagarin, ci siamo allontanati per guardare il tutto da lontano, tornando con una nuova consapevolezza. Lo Spazio iniziale, statico e nebbioso, è diventato limpido, trasformandosi in una moltitudine di spazi differenti e diversificati, da guardare, indagare e scoprire. Come tanti piccoli Gagarin, abbiamo esplorato e raccontato gli infiniti spazi che ci gravitano intorno: quelli reali e immaginari, lo spazio finito di un corpo e lo spazio rettangolare in cui prendere a calci i pregiudizi; spazi nuovi dove vivere, confrontarsi e immaginare.

Li trovate tutti qui, nell’ISSUE 03, dove “tutto può essere visto molto chiaramente”.

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«Poyekhali!» Gagarin said right after take-off.
And we answer «Poyekhali!».

Is there life on Mars? Wondered the girl with the mousy hair in the famous song by David Bowie: she looks around, gets depressed and begins to think if there’s life beyond the borders of her city, her country, her world.

We are no strangers to that feeling, and we know many girls (and boys) like her: we have seen many who have felt disappointed and betrayed by a static reality that stifles hopes and clouds the future, by a territory that seems incapable to get out of a black hole created by the disappearance of the Factory.

But instead of dwelling too much on worlds outside of this, we acted like Jurij Alekseevič Gagarin, we went far away to look at everything from afar, returning with a new awareness. The initial space, static and foggy, has become clear, transforming itself into a multitude of diverse and differing spaces, to observe, to explore, to discover. Like lots of little Gagarins, we explored and shared the infinite spaces that gravitate around us: the real and imaginary ones, the finite space of a body and the rectangular space in which iniquities are kicked around; new spaces to live, discuss and imagine.

You’ll find them here, in ISSUE 03, where “everything can be seen clearly”.

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